| Ho conosciuto,
per la prima volta, il dott. Sandro Boccini quando minvitò
ad un incontro tra studiosi reatini e ternani. Scopo della
riunione era quello di preparare un compendio di saggi
a carattere socioculturale, con temi e contenuti diversi,
relativi a fatti e a personaggi legati alle vicende di
Rieti e di Terni, due città ora confinanti ma,
in epoca passata, appartenenti alla stessa giurisdizione
perciò le loro storie si sono spesso intrecciate.
In quelloccasione il dott. Boccini,
ex Consigliere Regionale dellUmbria, Presidente
del Centro Studi E. Vanoni, era già
ammalato, forse pochi n'erano al corrente, tuttavia
il suo entusiasmo ed impegno furono tali da convincere
gli studiosi presenti a collaborare, ciascuno nellambito
delle proprie competenze e conoscenze, alla realizzazione
di un volume intitolato Atlante RietiTerni, città
alle quali Boccini era legato da un amore vero e profondo.
Ho rivisto Boccini nella sua abitazione
di Contigliano: avevo saputo che era molto malato perciò,
appena uscito dallospedale, ho voluto fargli visita.
Dal suo aspetto traspariva tutta la gravità del
male che inesorabile stava spegnendo la sua esistenza,
però luomo che ancora era in lui cercava
di vivere gli ultimi giorni di vita con grande dignità
e forza danimo invidiabili ed ammirevoli, interessandosi
agli altri e seguendo i lavori dellAtlante, come
se niente stesse accadendogli, mentre lui era pienamente
consapevole della sua fine. Infatti, non poté
vedere la pubblicazione dellopera ideata.
Persone più vicine a Boccini potranno
parlare delle sue doti in campo politico e culturale,
io desidero farne conoscere laspetto umano e poetico
che rivela nei suoi racconti contenuti nei libri: Abbecedario
(1985), Viaggi con Afrodite (1987) e Un filo rosso di
coralli (1992).
Da Abbecedario, che mi regalò durante
il nostro ultimo incontro, ho tratto Marmellata di more,
racconto che mi ha toccato profondamente perché
vi sono espressi, con forte partecipazione emotiva,
la sua passione per gli oggetti e le azioni d'uso quotidiano,
il suo rispetto per la gente umile e semplice, il suo
amore per la natura.
Dalla radiografia che fa dei sentimenti,
delle sensazioni e delle riflessioni della protagonista
del racconto, Giulia, trapelano, secondo me, momenti
autobiografici in quanto Boccini sentiva il bisogno
di lasciare spesso Milano, dove abitava con la famiglia,
per tuffarsi nei luoghi delle sue radici, riprendere
vigore e
tornare a morire.
Nei suoi racconti, ricchi di suggestione,
constata che luomo moderno ha la consapevolezza
di vivere unepoca disincantata, però il
cuore e la mente continuano a subire il fascino della
seduzione intellettuale e a sentire lincanto della
conoscenza, che anima tutta lesistenza e che conviene
assaporare e sperimentare anche se, prima o poi, è
inesorabile il naufragio della vita.
MARMELLATA DI MORE
Fu unestate meravigliosa per
i frutti selvatici e, in modo particolare, per le more
o moriche, come dicevano in paese. Ad agosto
piovve poco e mai settembre fu più assolato;
sembrava non voler finire. Le giornate si protraevano
con lora legale e così il mese si allungò,
sprigionò tutta la sua essenza, recuperando il
meglio dellestate e tanto promettendo dellautunno,
si aprì quasi come una fisarmonica di colori
e di vibrazioni.
Verso la metà di settembre di solito
ci si svegliava dentro unopalescente nebbiolina
che gravava sulla pianura, sulla collina, e solo a mattina
inoltrata si alzava e si dissolveva, lasciando un cielo
pulito di bucato. Nella schiena si avvertivano certi
brividi pungenti anticipatori dellautunno, ma
erano sensazioni piacevoli, un freddino freddino che
sul mezzogiorno indirizzava alla panchina, al sole,
in cerca di una piacevolezza termica.
Cerano ancora i pomodori reali e
linsalate trapiantate, il radicchio rosso trevigiano,
la lattuga romana, l'indivia riccia: le regine incontrastate
dellorto coi loro splendidi cappucci. I fagiolini
tendevano a raggrinzire, le piante di zucca erano esauste;
pure qualche frutto tardivo riusciva a maturare e soprattutto
i fiori di zucca avvogliavano, bene aperti al primo
sole e ricolmi di rugiada, fritti nellolio di
oliva: sembrava di mangiare petali paglierini di grandi
fiori esotici e al centro del fiore gli stami erano
dolci e carnosi.
Giulia arrivava al borgo alacre e baldanzosa,
piena di voglia di fare; quando scendeva alla stazione
si fermava sul marciapiede, mentre il treno ripartiva
sbuffando, respirava laria paesana e si sentiva
unaltra. Aveva studiato un vasto programma di
iniziative per settembre quando di solito prendeva le
vacanze: serate con gli amici, fare il pane alla vecchia
maniera contadini con la farina acquistata in presa
diretta al mulino ad acqua, accendere il caminetto e
arrostire le prime salsicce e far bollire il farro da
mangiare nella ciotola di terra cotta con un francescano
cucchiaio di legno, insieme ad una compagnia consolidata
da lunghi anni di serena amicizia.
Con un settembre così, pensava
Giulia, si sarebbe restati fino a tardi anche sotto
la capanna.
E poi cerano le conserve da fare
e soprattutto le marmellate. Per Giulia era come ritornare
ragazza. Anzi era proprio per questo che da qualche
anno aveva preso labitudine di rifugiarsi qui
in cerca più di ricordi, nella casa reliquiario,
che di riposo.
Riapriva il casolare ed era subito come
trovare un approdo sicuro ove restare alláncora
per qualche settimana a godersi i ricordi e ad immergersi
in quella atmosfera con tutta se stessa.
Giulia si abbandonava a questa marea di
sentimenti che la faceva andare di qua e di là,
nellinfanzia e poi nelladolescenza quando
la famiglia era tutta lì e la casa era risonante
di vita. Sensazioni sopite affioravano, rinverdivano,
la pervadevano quasi sommergendola. Si sentiva nuova,
tornava giovane e si diceva, nellindugiare un
poco a letto la mattina con le imposte chiuse, che è
proprio vero che una vita ricca di ricordi ti fa sentire
sempre giovane.
La mattina aspettava ad alzarsi, si rincantucciava
nel letto morbido con i due tradizionali materassi di
lana e di crine e nelle lenzuola di canapa che grattavano
ruvidamente la pelle; in quella posizione restava qualche
minuto mentre i ricordi si accatastavano.
Giulia era consapevole di invecchiare
ma non tentava esorcismi che riteneva inutili. Non rincorreva
lutopia di voler restare giovane apparentemente,
ad ogni costo, magari appellandosi alla magia della
cosmesi: si diceva che la gioventù è qualcosa
che brilla nellanimo e lei si lasciava conquistare
dalle seduzioni misteriose del vecchio casale e da certe
appassionanti percezioni che riceveva solo in quel posto
dove aveva passato gli anni più belli della vita.
A volte le pareva di sentire nella casa
risuonare voci consuete e famigliari: papà, mamma,
i fratelli, la sorella e poi le grida delle ragazzine
che la chiamavano per giocare a campana.
Le compariva la nonna che raccontava favole
stupende, riascoltava il rumore dei suoi zoccoli dipinti
di rosso che battevano sui mattoni logori della cucina,
si rivedeva con le treccine e i lustrini della sua innocente
civetteria. Ai ricordi dei primi anni dinfanzia
si sovrapponevano quelli delladolescenza quando
compagnie vocianti di giovani passavano sotto casa e:
Giulia, Giulia, gridavano spensierati, sul grammofono
giravano allegri motivetti nostrani e leggeri come piume
ballavano allaperto felici.
Insomma, Giulia affrontava lattuale
condizione senza turbamenti e senza rimpianti, ma non
voleva fare a meno delle memorie; anzi su queste costruiva
la sua esistenza attuale, vi si rifugiava come su una
zattera e con questa affrontare il mare aperto, anzi
loceano delle difficoltà con la certezza
di non affondare.
La frequentazione dei luoghi dove erano
passati certi anni della gioventù, creava in
Giulia uno stato in cui si trovava bene: camminare sulla
terra molliccia del castagneto, tornare nelle ammuffite,
strette straduzze del castello ora vuote di gente, passare
davanti allosteria da dove usciva, a mettere il
naso tra le sconnessure della porta, un odore vinoso,
esplorare con una certa ansietà i misteriosi
e tetri saloni dellAbbazia di San Pastore, con
le volte ancora così possenti e con le colonne
portanti così robuste nonostante ledera
insinuata tra le pietre, percorrere i sentieri di Colle
dOro, le strade nascoste della campagna fra siepi
di pruni selvatici, di erica, di ginepro, fare grandi
bevute d'acqua ai fontanili di Fonte Vigna e di Onnina.
Scopriva una parte di se stessa che
conosceva poco come se negli anni che erano passati
così in fretta non avesse avuto il tempo di studiarsi,
di riflettere su sé. Tutto questo rincorreva
ora, sul limitare della cinquantina, e le sembrava di
non avere tempo di fare tutto. In quel posto scomodo
tutto sommato, immersa in quegli odori polverosi della
casa abbandonata, se ne stava seduta a riposare sulla
cassapanca tarlata che conteneva biancheria ingiallita
e il mazzetto di spighetta che però si sbriciolava
tra le mani per non essere rinnovato da anni, perplessa
apriva armadi in cui erano stati negli anni abbandonati
vestiti e palandrane che ora non trovava il coraggio
di gettare.
Giulia era gelosa di queste memorie che
sgorgavano come acqua sorgiva e il pudore le vietava
di confessare agli altri, ai vicini, che tornava per
risentirsi come una volta e attingere forza, riordinare
le idee per andare avanti. Non voleva spartire con altri
la fortuna di possedere tutti questi ricordi, che appartenevano
così solo a lei.
In settembre, verso la metà,
raccoglieva i frutti selvatici e fra questi prediligeva
le moriche: le considerava esclusive perché riservate
a pochi e pregiate più di altri frutti perché
bisognava conoscere i posti ove raccoglierle e lei ne
conosceva parecchi: sullaltopiano di Cottanello,
sulla collina di San Lorenzo e nella valletta riparata
di Piediserra. La raccolta delle moriche era unavventura,
anzi un rito compiuto dopo accurate ricognizioni nei
frattoni di rovo che sinfoltivano destate
e producevano frutti dentro cui il succo di addensava,
gelatinoso, dopo la gran secca estiva.
Giulia li raccoglieva da sola quando settembre
declinava nei meravigliosi colori dellautunno
e nellaria, al fumo dinvisibili camini,
si mischiava il profumo acre delle foglie caduche che
marcivano nel sottobosco.
Nel suo animo cera un risvolto di
timore quando sinoltrava nella macchia da sola
e la raccolta di questi frutti saporiti che già
cominciavano a disfarsi dava sapore di concretezza al
suo desiderio di riallacciarsi allambiente naturale
che le era caro e di cui ormai non poteva fare a meno.
La raccolta delle moriche concludeva alla
grande i suoi giorni di vacanze.
Le fratte di rovo che nascono casualmente
nella macchia mediterranea si esaltavano in quella parte
di Sabina, diventavano proprietà comune nellambiente
rurale della collina dove si determinava un paradiso
di odori, di rumori, di sapori, di tattilità.
La macchia generava in quel periodo effluvi di fiori
e di frutti selvatici, di bacche, di coccole, di afrori
per nascosti organismi che marcivano nel profondo, di
essenze aromatiche come il ginepro, il rosmarino, la
salvia e la mentuccia: penetrarvi significava raccoglierne
tutto lincanto e fasciarsi di tutti i suoi balsami.
Bisognava insinuarvisi con circospezione,
facendo scaltramente tramestio, dapprincipio, il frastuono
con una lunga pertica per allarmare elusive serpi campagnole
e mettere il fuga la vipera che sapeva annidarsi temibilmente
su quelle balze.
Attorno, il silenzio assoluto era rotto
solo da fruscii incontrollati e indecifrabili, apparentemente;
si intuivano precipitose ritirate, tramescolii, fremiti,
discreti frulli dali. Erano i rigogoli i pettirossi,
le gazze, i merli, i fringuelli, gli usignoli che svolazzavano,
bassi bassi, a nascondersi allinaspettato frastorno.
Trabalzi soffocati, leggeri toccamenti
di rametti secchi e foglie smosse, vincastri che ondeggiavano
e flettevano, avvertivano anche della presenza di piccoli
e simpatici, a lei, animaletti che, azzardatisi momentaneamente
fuori dai sicuri rifugi del bosco vicino, si ritraevano
precipitosamente acquattandosi.
Giulia non li vedeva ma sapeva che la
volpe rossiccia stava nei pressi, che il musetto stupito
della donnola o quello furbo della faina da qualche
parte la traguardavano, che listrice sospettosa
e timida se non era lì, per lo meno cera
passata da poco e perduto qualche aculeo che aveva trovato
e sperava sempre dincontrare prima o poi un gatto
selvatico con la sua coda meravigliosa. Ancora non aveva
avuto fortuna con questo, ma spesso incontrava i conigli
selvatici. Talvolta in alto assisteva al volo di qualche
predatore alato come il nibbio bruno e lo sparviero.
Giulia conosceva i luoghi che frequentava
e li attraversava con amore; sapeva che rappresentavano
un ambiente ideale per certi animali dolorosamente colpiti
dalla sfrenata antropizzazione degli ultimi anni. Situati
sulle dorsali appenniniche, quei luoghi erano frequentati
anche da cacciatori poco scrupolosi che non esitavano
a sparare sugli ultimi esemplari di specie in via destinzione:
aveva trovato nel fitto della vegetazione le penne remiganti
delle ali e della coda perdute dallaquila durante
la muta, talvolta trovava batuffoli di pelliccia sui
rovi nei varchi o in certi passaggi e aveva visto più
di una volta la lepre scappare precipitosamente sulle
balze. Una volta sera imbattuta in uno strano
figuro che portava a tracolla una volpe strangolata
barbaramente da una trappola: un infame lacciolo di
filo di acciaio ricavato da un freno di bicicletta.
Non aveva avuto il coraggio di parlare con quellindividuo,
ma tornata in paese era corsa a denunciare il fatto
alla Forestale.
Da quelle parti cera ancora una
presenza cospicua di animali che bisogna proteggere.
Giulia era consapevole di disturbarli con la sua improvvida
presenza, ne avvertiva lo scompiglio, e sapeva che tutti
scivolavano via in cerca di anfratti sicuri e di protezione
nel macchione impenetrabile; pure si tranquillizzava
pensando che non andava con animosità nei loro
confronti, anzi era certa che gli animali avrebbero
capito e magari perdonato la sua presenza.
La fuga balenante degli abitanti del bosco
e della macchia lasciava laria immobile, enigmatica,
meravigliata: restavano i voli dei calabroni, delle
api, dei mosconi, degli zigoli e delle farfalle.
La macchia ora ronzava e calabroni argentei
passavano risonando con elitre metalliche e si appinzavano
sui rami vicini. Si avvertivano zirlii, fruscii, scivolamenti.
Incaute lucertole tentavano sortite improvvise.
Nella sospensione creatasi nel roveto,
Giulia iniziava la paziente e guardinga raccolta delle
moriche. Bisognava farsi largo fra i lunghi e flessibili
tralci spinosi, aprirsi varchi, insinuarvisi, raggiungere
a stento, allungandosi sulle punte, i piccoli e succulenti
frutti neri che rilucevano al sole, lucidi, singolari
perché casuali, pregiati perché esclusivi.
Erano solo per lei e li doveva contendere solo alle
api, a qualche avido coleottero e ad ambiziose vanesse
che le volavano attorno tutte colorate, silenziosamente.
Le punte dei sarmenti di rovo flettevano
sotto il peso dei frutti ed erano lontani: era giocoforza
aggirare gli sbarramenti spinosi, i cavalli di frisia
del reticolato naturale, penetrare lentamente nella
macchia per sempre nuovi sentieri, badando a dove mettere
i piedi, sbilanciandosi ma stando bene attenta a non
perdere lequilibrio per non cadere in mezzo al
cespuglio intricato. E finalmente acciuffare con una
mano la punta traballante della cima, stando bene attenta
a non pungersi e con laltra depredare la pianta
dei suoi frutti a uno a uno. Giulia tra i rovi ci rimetteva
sempre la camicetta ma tornava a casa soddisfatta: la
raccolta di more era sempre ricca.
Quando avrebbe aperto i vasetti della
marmellata, nellinverno milanese, sapeva che avrebbe
di nuovo assaporato gli umori della macchia e riascoltato
i fruscii degli animaletti, il ronzio degli insetti
che tra i rovi ora le facevano compagnia.
Avrebbe respirato lassù laria
pulita di questo bosco incantato, tutta sola, tutta
per lei.
Leggendo queste pagine e altre di Sandro
Boccini, scritte con linguaggio chiaro, semplice, diretto,
ci si rende conto come sia riuscito a riallacciare tra
i tessuti del cuore e della memoria non soltanto la
sua vita ma anche il mondo che lo circondava, tanto
diverso da quello attuale che ha soverchiato profumi,
sapori, fragranze, consuetudini e valori. Il fascino
di questo racconto, forse, sta proprio nel fatto di
partire da questa sua lontananza e da quel serbatoio
di vita costituito dalla natura, dal paese e dalle cose,
capace di nutrire intensità emozionali e intense
memorie.
Agenzia Sabina , a. IV,
giugno 1993.
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