| E' da novembre dell'anno
scorso che all'Hermitage Museum di S. Pietroburgo i Russi
visitano con interesse ed ammirazione disegni, bozzetti
preparatori, quadri e sculture dell'artista veneto Antonio
Canova (1757-1821).
Importante rappresentante del neoclassicismo
fiorito in Europa alla fine del Settecento.
Tutti i lavori esposti in mostra provengono
dal Museo Municipale di Bassano e da quello di Passagno
e hanno già fatto il giro d'altri musei italiani
e stranieri perché questo celebre scultore continua
ancora a stupire.
Canova, reagendo ai postumi del barocco,
fu assertore di un'estetica purista, avente per modelli
le statue greche; fornito di un forte senso della forma
viva e della linea armoniosa, seppe creare opere bellissime
e grandiose che influenzarono per lungo tempo altri
artisti che non ebbero, però, la genialità
del Maestro.
Il Museo Civico di Rieti, recentemente
ripristinato, custodisce tra le numerose opere d'arte
anche una scultura muliebre del Canova, che accoglie
e cattura piacevolmente i visitatori non appena entrano
nella prima sala della pinacoteca.
E' un gesso, lavorato e patinato dallo
scultore stesso, che rappresenta Ebe, la dea greca della
giovinezza.
Nata da Zeus e da Era, divenne la coppiera
degli dei e la sposa di Ercole ma, nonostante la sua
importanza, contrariamente ad altre divinità,
fu poco raffigurata dagli artisti dell'antichità.
Si ricorda di lei soltanto la scultura,
in oro e avorio, scolpita da Naucide d'Argo, però
non si sa come fosse effigiata.
Ebe è la figura più gentile
uscita dalle mani del Canova ed è quella che
forma la triade più famosa, con la Venere antica
e il Mercurio di Giambologna, in quanto le figure sono
colte in movimento.
Le versioni realizzate dall'artista sono,
perciò, originalissime, così pure le loro
vicende cui si accenna brevemente per dare spazio, invece,
ai fatti che hanno determinato la presenza di un'opera
tanto preziosa nel Museo reatino.
La prima volta che Antonio Canova scolpì
nel marmo la leggiadra figura della Dea fu nel 1796,
su commissione del collezionista veneziano Giuseppe
Giacomo Vivanti Albrizzi, un ricco ebreo convertito,
proveniente da Corfù, che cedette, nel 1830,
al Re di Prussia, Federico Guglielmo III, la pregiata
scultura, conservata ora nella Nationalgalerie di Berlino.
Un'altra statua dell'Ebe, molto simile
alla prima, fu venduta dallo scultore a Giuseppina de
Beauharnais ma, dopo la morte dell'ex imperatrice, nel
1815 l'opera entrò a far parte delle raccolte
imperiali russe e, quindi, all'Hermitage di San Pietroburgo.
A Passagno Veneto, città natale
dello scultore, esisteva un gesso uguale a quello di
Rieti, andato distrutto durante gli eventi bellici,
che era servito da modello per la terza scultura di
marmo - la meglio riuscita secondo i critici - che Canova
eseguì nel 1814 per il Lord Cancelliere Jon Campbell,
ora situata a Chatsworth.
L'artista, geniale nel rappresentare la
grazia femminile, differenziò le statue dell'
Ebe con alcuni particolari, quali il monile al collo,
il vaso dorato e la coppa in mano, la nuvola o l'albero
per appoggio.
L'esemplare, che possiamo ammirare nel
Museo reatino, è antecedente a quelli suddetti
ed è più simile alla prima copia in marmo
e a quella conservata presso il Museo Civico di Forlì,
in quanto l'artista ha posto in questo gesso la stessa
raffinatezza ed accuratezza di lima e di sentimento
che era solito usare nel rifinire il marmo, perciò
la scultura custodita a Rieti ha un valore singolare.
A questo punto viene da chiedersi come
mai un'opera così notevole sia finita nel Museo
Civico locale. La sua storia, ricostruita da studiosi
reatini, è interessante perché s'intreccia
con quella di un eminente personaggio della vita civile,
culturale e religiosa di Rieti, Angelo Maria Ricci (Monopolino
1776-Rieti 1850).
Antonio Canova aveva promesso questo gesso
al conte Ricci, noto poeta e letterato che, per le sue
doti particolari, aveva ottenuto onori e favori sia
da Giuseppe Bonaparte, che lo nominò Capo della
Segreteria Reale (1806), sia da Gioacchino Murat che,
chiamatolo alla Corte di Napoli, gli conferì
l'Ordine delle Due Sicilie (1808) e gli affidò
la cattedra d'eloquenza presso la Regia Università,
incarico che il letterato conservò anche sotto
i Borboni.
Fu appunto a Napoli che Angelo Maria Ricci,
allora bibliotecario di Murat e istitutore dei Principi
Reali, conobbe nel 1813 il famoso scultore e suo fratello,
l'abate Gian Battista Sartori Canova, ai quali si legò
ben presto di amicizia profonda.
Antonio, che teneva in molta considerazione
il poeta, volle fargli dono del bellissimo gesso di
Ebe, però la morte gl'impedì di consegnarlo
personalmente all'amico.
Per il triste evento, il Ricci inviò
a Gian Battista un Capitolo in morte del celebre marchese
Antonio Canova e una bella Elegia, in cui versò
tutto il suo dolore per la perdita del carissimo Antonio.
La moglie, Isabella Alfani di Nola, anche
lei amica ed ammiratrice dello scultore, offrì
al chiarissimo Abate un ritratto del Canova, ricamato
da lei su seta.
Gian Battista, in seguito, si preoccupò
di inviare ai Conti la statua promessa da suo fratello,
accompagnandola con una lettera autografa, datata Roma
30 aprile 1923.
Angelo Maria Ricci, volendo essere certo
dell'autenticità dell'opera, chiese all'Abate
una dichiarazione scritta per togliere ogni eventuale
dubbio ai posteri, cosa che fu subito definita.
La statua entrò così a far
parte della ricca galleria Ricci, comprendente una pregevole
collezione di tele del '400, '500 e '600, oltre a numerose
altre sculture che abbellivano l'artistico palazzo di
famiglia situato a Rieti nell'attuale Piazza Oberdan.
Dopo la morte di Riccio Maria Ricci, nipote
del poeta e ultimo discendente della dinastia, non essendovi
alcun erede, la ricca raccolta d'arte fu venduta all'asta,
tutte le opere furono così disperse in musei
e in collezioni private, in Italia e all'estero.
Il Comune di Rieti, fortunatamente, si
aggiudicò l'Ebe e i busti dei coniugi Ricci,
esposti nel Museo proprio di fronte alla statua del
Canova, due opere eseguite nel 1828, in occasione della
morte della N.D. Isabella, dall'illustre artista Giuseppe
Fabris, autore anche del monumento funebre del poeta,
posto nella locale chiesa di S.Agostino .Il celebre
artista danese, Alberto Thorwaldsen, ideò invece
un mausoleo marmoreo per la Nobildonna, collocato nella
chiesa di S.Giovenale.
Il calco in gesso di quest'opera fu acquistato
dal Comune di Rieti per il Museo.
Queste importanti opere che aprono il
percorso artistico del Museo Civico, sollecitano i visitatori
a scoprire gli altri capolavori, preziosi per eccellenza
d'arte e per antichità, esposti in moderne ed
eleganti sale, un bene pubblico che merita d'essere
conosciuto e goduto da tutti.
|